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- Il Mostro nell’Armadio che Voleva Cambiare Casa Favole dell'Unicorno Edo aveva sempre creduto che dentro il proprio armadio ci fosse qualcosa. Non perché avesse visto occhi rossi o artigli, ma perché ogni notte sentiva piccoli colpi provenire dall’interno: toc, toc, frush, sbam. Sua madre diceva che erano le grucce. Suo padre incolpava il legno vecchio. Edo, invece, era sicuro che ci fosse un mostro. Per mesi aveva dormito con l’anta dell’armadio ben chiusa. Poi, la sera dell’undici ottobre, l’anta si aprì da sola di cinque centimetri e una voce disse: “Scusa… possiamo parlare?” Edo rimase immobile sotto le coperte. Dall’armadio uscì lentamente Mostradello, una creatura alta appena un metro, pelosa, verde scuro, con due corna corte e pantofole a righe. Non sembrava terrificante. Sembrava stanchissimo. “So che dovrei fare paura io,” disse, “ma qui dentro non ce la faccio più.” Edo scoprì così che Mostradello viveva nel suo armadio da quasi tre anni e detestava la camera. Aveva paura della sveglia, che ogni mattina esplodeva alle sette. Odiava il robot giocattolo che si accendeva da solo. Il pallone sotto il letto rotolava di notte e gli sembrava una creatura senza volto. Peggio di tutto, Edo aveva l’abitudine di aprire l’armadio all’improvviso e buttare dentro vestiti senza guardare. Mostradello aveva ricevuto tre calzini in testa e una felpa sul naso soltanto quella settimana. “Voglio cambiare casa,” dichiarò il mostro. Edo quasi si offese. Nessuno gli aveva mai detto che la sua stanza fosse un posto terribile, soprattutto un mostro professionista. Mostradello spiegò che esisteva un Ufficio Trasferimenti Mostruosi, raggiungibile attraverso il fondo di alcuni armadi antichi. Il problema era che aveva perso il modulo. Edo propose di aiutarlo. Spostarono scatole, scarpe e una quantità imbarazzante di giochi dimenticati finché trovarono, dietro una tavola, una piccola maniglia. Quando Edo la tirò, il fondo dell’armadio si aprì come una porta. Dietro non c’era il muro, ma un corridoio infinito pieno di ante. Ogni porta conduceva a un armadio diverso di Zuccaluna. Mostradello disse che non avrebbero dovuto aprirne nessuna senza autorizzazione. Naturalmente, nello stesso momento, il robot giocattolo di Edo si accese e partì contro di loro. Mostradello fece un salto, urtò una leva rossa e tutte le porte del corridoio si spalancarono insieme. In meno di un minuto, decine di mostri uscirono dai propri armadi e finirono in case sbagliate. Un mostro peloso del bagno si ritrovò in una dispensa. Una creatura delle tende comparve nella camera del sindaco. Un mostro minuscolo che viveva dietro i cappotti finì dentro un negozio di scarpe. I bambini del paese iniziarono a urlare. I mostri urlavano ancora più forte. Nessuno sapeva chi dovesse spaventare chi. Edo chiamò Matilde e Olivia. Riccardo era impegnato con una cena di famiglia e mandò un messaggio dicendo che avrebbe voluto esserci “per ragioni strettamente investigative”, ma nessuno gli credette. Matilde osservò il corridoio e capì che ogni porta aveva una targhetta con il nome del mostro e una descrizione del luogo ideale: “buio moderato”, “poca umidità”, “niente cani”, “bambino che dorme profondamente”, “preferenza per armadi ordinati”. Mostradello abbassò lo sguardo. La sua targhetta diceva: “adattabile, ma sensibile ai rumori improvvisi”. Olivia gli chiese perché non avesse mai detto a Edo dei rumori. Mostradello rispose che i mostri dell’armadio non dovrebbero lamentarsi. Devono essere misteriosi, silenziosi e spaventosi. Edo disse che anche i bambini, secondo molti adulti, dovrebbero dormire senza paura e non fare storie. Si guardarono. Entrambi avevano passato anni cercando di sembrare più coraggiosi di quanto si sentissero, a pochi centimetri di distanza. Prima di poter riflettere oltre, dal corridoio arrivò un enorme BOOM. Una porta molto grande, segnata “ARMADIO 0 – NON APRIRE”, era rimasta spalancata. Da dentro usciva una nebbia viola. Mostradello impallidì. Armadio 0 non conduceva a una casa, ma al Deposito delle Paure Dimenticate, dove finivano tutte le paure che bambini e mostri dicevano di non avere più senza averle davvero affrontate. Con tutte le porte aperte, quelle paure stavano tornando in circolo. Dal deposito uscirono forme strane: un’ombra enorme fatta di rumori improvvisi, una creatura composta da porte che sbattevano, un groviglio di mani sotto il letto, un gigantesco occhio che osservava chiunque cercasse di nascondersi. Non erano veri mostri. Erano paure senza proprietario, diventate forti proprio perché nessuno le nominava. Matilde capì che non potevano combatterle. Dovevano riconsegnarle a chi le aveva lasciate. Le targhette iniziarono a brillare. Ogni paura cercava la persona o il mostro a cui apparteneva. Mostradello vide la creatura dei rumori correre verso di lui. Istintivamente cercò di scappare. Edo gli prese una zampa. “Puoi dirmi cosa ti spaventa.” Mostradello respirò. “La sveglia. Il robot. Quando apri l’armadio di colpo. E… ho paura di non essere un buon mostro.” La creatura si rimpicciolì. Edo, allora, confessò la propria paura. “Io avevo paura di te.” Mostradello sbatté le palpebre. “Di me?” “Sì. Perché non sapevo cosa c’era dentro.” L’ombra sotto il letto comparve e diventò più piccola mentre Edo parlava. Nessuno rise. Olivia disse che una paura detta ad alta voce non scompare per forza, ma almeno smette di essere invisibile. In tutto il corridoio accadde la stessa cosa. Mostri e bambini iniziarono a nominare ciò che li spaventava. Un mostro da tenda ammise di temere i temporali. Una bambina confessò di odiare il buio totale. Un piccolo demone domestico disse di avere paura dei gatti. Le forme del Deposito si rimpicciolirono fino a trasformarsi in palline di fumo, che tornarono dentro Armadio 0. Restava il problema delle case sbagliate. Mostradello ebbe un’idea. Invece di riportare tutti automaticamente al vecchio armadio, avrebbero verificato se alcuni trasferimenti avessero davvero senso. Il mostro della dispensa adorava il profumo del pane e chiese di restare. Quello finito dal sindaco odiava il rumore della piazza e preferiva tornare. Una creatura che viveva in un armadio pieno di scarpe scoprì di essere felicissima nel negozio di calzature. L’Ufficio Trasferimenti Mostruosi arrivò infine sotto forma di tre funzionari minuscoli con occhiali e una montagna di moduli. Erano sconvolti dal caos amministrativo. Passarono ore a registrare preferenze, compatibilità e nuovi indirizzi. Edo scoprì che persino il mondo dei mostri aveva burocrazia. Riccardo, arrivato finalmente dopo cena, disse che quella era la parte più terrificante della storia. Quando toccò a Mostradello scegliere, Edo pensò che avrebbe chiesto un’altra casa. Invece il mostro disse che voleva restare, ma con alcune condizioni. Niente robot acceso di notte, un piccolo campanello prima di aprire l’armadio e almeno una mensola libera dai vestiti lanciati a caso. Edo accettò. In cambio chiese a Mostradello di non fare rumori misteriosi senza motivo e di avvisarlo se qualcosa non andava. Quella notte Edo lasciò l’anta dell’armadio leggermente aperta. Non perché non avesse più paura. Ma perché adesso sapeva chi c’era dentro. Mostradello si sistemò su un cuscino tra le giacche e disse buona notte. Dopo qualche minuto la sveglia sul comodino emise un piccolo bip. Mostradello sobbalzò. Edo la spense. Nei giorni successivi la camera cambiò poco, ma abbastanza. Edo riordinò una parte dell’armadio. Mostradello aiutò a ritrovare calzini perduti. A volte litigavano sullo spazio. Una sera Mostradello chiese se potesse appendere un poster nella propria zona. Edo disse di sì, purché non fosse troppo spaventoso. Il poster raffigurava un enorme gatto. Edo lo trovò terribile. Mostradello lo adorava. E ancora oggi, se sentite un rumore dentro un armadio, non significa necessariamente che ci sia un mostro pronto a spaventarvi. Potrebbe esserci una creatura che sta cercando un posto tranquillo per dormire. E se proprio volete aprire l’anta… magari bussate prima. L’Ufficio Trasferimenti Mostruosi, dopo il disastro, decise di introdurre visite di compatibilità prima di ogni spostamento. Edo venne nominato “consulente umano temporaneo”, titolo che gli sembrava importantissimo anche se non comportava alcun compenso. Il suo compito era spiegare ai mostri alcune abitudini dei bambini e viceversa. Scoprì che moltissimi problemi nascevano da incomprensioni minuscole: un bambino che lasciava la luce accesa perché aveva paura, un mostro che la odiava; una creatura che amava fare rumori di notte, un bambino che dormiva leggero; un mostro che adorava i gatti e finiva in una casa con un cane geloso. Le visite erano spesso assurde. Un mostro chiamato Sbruffolo voleva trasferirsi in una casa con “molto spazio e poche regole”. Quando vide la camera disordinatissima del suo possibile coinquilino, disse che non intendeva vivere “in quelle condizioni”. Un altro, timidissimo, scoprì di stare benissimo in un armadio condiviso da due fratelli rumorosi perché nessuno si accorgeva dei suoi piccoli versi. Edo e Mostradello iniziarono anche a parlare delle proprie paure con più naturalezza. Non ogni sera, non come un esercizio. Semplicemente, quando qualcosa li disturbava, cercavano di dirlo prima che diventasse enorme. Una notte Mostradello sentì un rumore nel corridoio e si irrigidì. Edo disse: “Vuoi che controlliamo insieme?” Scoprirono che era solo il gatto del vicino entrato dalla finestra. Mostradello continuò a trovare i gatti inquietanti, soprattutto quello. Edo, invece, confessò che a volte temeva di diventare troppo grande per credere ai mostri dell’armadio e che, se avesse smesso di crederci, Mostradello sarebbe sparito. Il mostro rise. “Noi non esistiamo perché ci credete. È solo molto più comodo quando ci credete.” Poi ammise di non sapere esattamente cosa sarebbe successo quando Edo fosse cresciuto. Forse avrebbe ricevuto un nuovo incarico, forse avrebbe cambiato casa davvero. L’idea li rese entrambi un po’ tristi. Qualche settimana dopo arrivò una lettera ufficiale: Mostradello era stato selezionato per diventare supervisore degli armadi del quartiere, proprio perché aveva imparato a gestire bene la convivenza. Avrebbe dovuto visitare altre case, aiutare mostri e bambini a parlarsi e intervenire prima che si aprisse di nuovo Armadio 0. Edo fu orgoglioso e geloso insieme. La prima missione riguardava una bambina che teneva l’armadio sempre bloccato con una sedia. Dentro viveva una creatura che aveva paura di uscire. Edo riconobbe subito la situazione rovesciata. Invece di dire alla bambina che non c’era niente da temere, le chiese se volesse lasciare un biglietto sotto l’anta. Scrisse: “Io sono Elisa. Ho paura di te.” La mattina dopo trovò la risposta: “Io sono Mormolo. Anche io.” Ma proprio mentre il sistema sembrava funzionare, Armadio 0 ricominciò a pulsare. Questa volta non si aprì da solo. Alcuni mostri, stanchi delle proprie case, volevano usarlo per liberarsi definitivamente delle paure. Pensavano che bastasse gettarle nel deposito per non sentirle più. Mostradello dovette spiegare che era esattamente ciò che aveva creato il problema. Una paura chiusa a chiave non scompare. Può diventare meno importante, può cambiare, può essere gestita, ma se la trattiamo come qualcosa da buttare via spesso ritorna in forme peggiori. L’Ufficio decise quindi di trasformare Armadio 0. Non più deposito, ma Archivio delle Paure Affrontate. Ogni mostro o bambino poteva lasciare una descrizione di una paura e, accanto, ciò che aveva imparato a fare quando compariva. Gli scaffali si riempirono di biglietti: “Buio – accendo una luce piccola, poi provo a spegnerla.” “Temporali – cuffie, coperta, qualcuno vicino.” “Parlare davanti alla classe – respiro, provo, posso sbagliare.” “Gatti – mantengo almeno due metri di distanza,” scrisse Mostradello. Edo aggiunse sotto: “Questa non è una strategia universale.” Armadio 0 cambiò aspetto. La porta nera diventò grigia, poi blu. Le forme spaventose non uscirono più. Ogni tanto un’ombra compariva, ma restava piccola e riconoscibile. Il corridoio degli armadi divenne un posto meno misterioso e più utile. Quando arrivò Halloween, Edo e Mostradello prepararono insieme il costume. Edo si vestì da mostro dell’armadio e Mostradello da bambino, con un pigiama troppo grande. Uscirono in paese così. Nessuno capiva chi stesse imitando chi. Era proprio il punto. Quella sera Edo tornò a casa stanchissimo, aprì l’armadio dopo aver bussato e trovò Mostradello già addormentato. Gli tirò una coperta addosso. Poi chiuse l’anta lasciando una piccola fessura. Avevano capito che una casa non è il posto in cui niente ci disturba mai. È il posto in cui possiamo dire “questa cosa mi disturba” senza temere di perdere il nostro posto. Con il nuovo Archivio delle Paure Affrontate, Edo iniziò a scoprire una cosa strana: le strategie che funzionavano per una persona potevano essere inutili per un’altra. Un bambino dormiva meglio con una luce accesa, un altro preferiva il buio. Un mostro affrontava i temporali contando i secondi tra lampo e tuono, un altro aveva bisogno di cuffie. L’Ufficio Trasferimenti aveva sempre classificato tutti con etichette precise; adesso iniziava a capire che “sensibile ai rumori” o “ama il buio” non raccontavano una persona intera. Mostradello propose allora di aggiungere alle schede una sezione chiamata “cose che aiutano davvero”. Non descriveva solo problemi, ma soluzioni preferite. Questo rese i trasferimenti molto più efficaci. Alcuni mostri smisero perfino di voler cambiare casa, perché bastava modificare una piccola abitudine. Edo imparò qualcosa di simile con i propri amici. Prima pensava che, se qualcuno aveva paura di una cosa che lui non temeva, bastasse spiegargli che non c’era niente da preoccuparsi. Adesso capiva che quella frase raramente aiutava. Iniziò a chiedere: “Cosa ti servirebbe per stare un po’ meglio?” A volte la risposta era semplice. Altre volte nessuno lo sapeva. Un’ultima emergenza arrivò quando un’intera fila di armadi iniziò a collegarsi alla stessa casa. Il sistema aveva interpretato “famiglia molto accogliente” come “compatibile con tutti”. Nel giro di un’ora la camera di una bambina si riempì di sette mostri diversi, ognuno con esigenze opposte. Uno voleva buio totale, uno luce, uno silenzio, uno musica. La bambina scoppiò a piangere. Edo e Mostradello dovettero intervenire. La riunione di convivenza fu memorabile. Ognuno pretendeva che la stanza si adattasse a lui. Alla fine Mostradello disse: “Casa non significa che tutti fanno come vuoi tu.” Organizzarono turni, spazi e soprattutto trasferirono chi proprio non era compatibile. Nessuno considerò il trasferimento un fallimento. A volte la soluzione migliore è davvero cambiare posto. Quella esperienza rimase importante per Edo. Aveva iniziato credendo che “restare” fosse sempre più coraggioso. Ora sapeva che alcune paure si affrontano restando, altre chiedendo aiuto, altre cambiando ambiente. La differenza sta nel capire se stiamo scappando da qualcosa che potremmo affrontare o proteggendoci da qualcosa che non ci fa bene. Mostradello continuò a vivere nel suo armadio. Un giorno forse avrebbe cambiato casa davvero. Edo sarebbe cresciuto. La camera sarebbe cambiata. Ma nessuno dei due aveva più bisogno di promettere che tutto sarebbe rimasto uguale per sentirsi al sicuro. Avevano imparato che casa può cambiare forma senza smettere di essere casa. Qualche tempo dopo, Edo trovò sulla propria scrivania il primo modulo ufficiale compilato da Mostradello come supervisore. Alla voce “Casa ideale” aveva scritto: “Un posto dove posso dire quando qualcosa mi spaventa, dove gli altri possono fare lo stesso e dove nessuno lancia felpe senza guardare.” Edo aggiunse sotto: “Ultimo punto ancora in fase di miglioramento.” Mostradello rise così forte che cadde una gruccia. Per una volta nessuno dei due si spaventò. Edo imparò così che sentirsi al sicuro non significa non avere più paure, ma sapere di poterle nominare senza perdere il proprio posto.