Latest / Le favole dell'unicorno / L'orco che odiava mangiare i bambini
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- L’Orco che Odiava Mangiare i Bambini Favole dell'Unicorno Nella parte più scura del Bosco di Pietranera, dove gli alberi crescevano storti e le radici uscivano dal terreno come dita gigantesche, viveva una delle famiglie di orchi più famose della regione: i Granforchetta. Gli orchi Granforchetta erano enormi, rumorosi, sporchi, litigiosi e soprattutto molto orgogliosi della loro reputazione. Da generazioni raccontavano di aver terrorizzato villaggi, spaventato cavalieri e fatto scappare intere famiglie soltanto mostrando i denti. Nella loro casa c’erano pentole grandi come vasche da bagno, forchette lunghe come rastrelli e un enorme tavolo sul quale, secondo le vecchie storie di famiglia, erano stati serviti centinaia di pranzi terrificanti. Il più giovane della famiglia si chiamava Orcolino e, almeno in teoria, avrebbe dovuto diventare il più feroce di tutti. Aveva due orecchie enormi, un naso schiacciato, mani grandi come cuscini e una voce profonda che faceva vibrare i bicchieri. Il problema era che Orcolino odiava completamente l’idea di mangiare bambini. Non gli piaceva nemmeno parlarne. A dire il vero, non gli piaceva quasi nessuna delle cose che un orco rispettabile avrebbe dovuto amare. Non sopportava la carne troppo cotta, detestava le ossa, trovava disgustosi gli stufati pieni di cose non identificate e preferiva di gran lunga una minestra di zucca, una focaccia calda o una bella fetta di torta di mele. Ogni volta che sua madre preparava uno dei tradizionali piatti della famiglia, Orcolino inventava una scusa, diceva di non avere fame oppure nascondeva tutto sotto il tavolo per darlo al cane, che ormai quando lo vedeva arrivare con un piatto sospetto si nascondeva dietro la legnaia. La situazione stava diventando sempre più difficile perché suo padre, Orcone Granforchetta, era convinto che fosse arrivato il momento di insegnargli a diventare un vero orco. Ogni mattina gli faceva fare esercizi di ruggito davanti allo specchio, gli insegnava a camminare pestando i piedi e gli spiegava che la cosa più importante era incutere paura. Orcolino ci provava. Gonfiava il petto, spalancava la bocca e faceva il suo ruggito migliore, ma quasi sempre gli scappava uno sbadiglio alla fine. Quando suo padre gli raccontava di come da giovane avesse fatto scappare tre cavalieri da solo, Orcolino annuiva cercando di sembrare interessato, ma in realtà pensava a come rendere più soffice il pane che aveva impastato la sera prima. La cucina era il suo vero posto preferito. Quando nessuno lo vedeva, Orcolino preparava zuppe, biscotti, torte, sformati e pani profumati, e nel bosco cominciava a diffondersi un odore così buono che persino gli animali si avvicinavano alla casa degli orchi. Un pomeriggio, mentre stava preparando una torta alle pere, Orcolino sentì un rumore dietro la dispensa. Si girò e vide spuntare una bambina con i capelli ricci e un vestito giallo. Si chiamava Camilla e si era persa nel bosco cercando il proprio cane. Quando vide l’orco rimase immobile. Orcolino rimase immobile anche lui. Per qualche secondo nessuno parlò, perché entrambi stavano cercando di capire chi dei due dovesse avere più paura. Poi Camilla sentì il profumo della torta, guardò il forno e chiese se fosse quasi pronta. Orcolino, completamente spiazzato, rispose che mancavano dieci minuti. Camilla si sedette al tavolo come se fosse la cosa più normale del mondo e cominciò a fargli domande. Gli chiese se davvero mangiasse bambini, se avesse mai mangiato qualcuno e se tutti gli orchi fossero così disordinati. Orcolino cercò inizialmente di mantenere la propria reputazione, disse che naturalmente era un orco terribile, che aveva un appetito spaventoso e che nessuno entrava nella sua cucina senza correre un grave pericolo. Ma mentre parlava continuava a controllare il forno e a spennellare la torta con il miele. Camilla lo guardò e gli disse che non sembrava molto pericoloso. Orcolino si offese e cercò di fare un ruggito, ma proprio in quel momento il timer della cucina suonò e lui corse verso il forno gridando che la torta rischiava di bruciarsi. Quando tornò con il dolce fumante, Camilla stava già ridendo. A quel punto Orcolino cedette e le raccontò tutto. Le disse che non aveva mai mangiato bambini, che l’idea gli faceva venire il voltastomaco e che il suo sogno era aprire una locanda nel bosco dove preparare pane, zuppe e dolci. Camilla lo ascoltò e gli disse che non capiva perché dovesse vergognarsene. Orcolino spiegò che nella sua famiglia tutti si aspettavano che diventasse feroce e che suo padre sarebbe rimasto deluso. Camilla gli rispose che fingere di essere qualcosa che non era probabilmente lo avrebbe reso molto più infelice di qualunque delusione. Proprio mentre stavano parlando, dalla porta arrivò un rumore enorme. Orcone Granforchetta era rientrato prima del previsto. Sentì una voce sconosciuta, entrò in cucina e vide Camilla seduta davanti a una fetta di torta. Il suo volto si illuminò, convinto che finalmente suo figlio avesse catturato qualcuno. Orcolino impallidì. Suo padre gli diede una pacca sulla spalla così forte che quasi cadde dentro la credenza e disse che era fiero di lui. Orcolino avrebbe potuto continuare a fingere, ma guardò Camilla, guardò la torta e poi prese una decisione. Disse a suo padre che non avrebbe mangiato nessuno, che non gli piaceva far paura e che preferiva cucinare. Nella cucina calò un silenzio lunghissimo. Orcone lo fissò come se avesse appena annunciato di voler diventare una farfalla. Poi guardò la torta sul tavolo. Chiese cosa ci fosse dentro. Orcolino rispose pere, miele e cannella. Suo padre prese una fetta, la annusò e la mangiò. Rimase in silenzio per qualche secondo, poi ne prese una seconda. Dopo la terza fetta si sedette. Am mise che era una delle cose più buone che avesse mai assaggiato. Orcolino allora gli fece provare il pane, la zuppa e uno sformato che aveva preparato quella mattina. Alla fine Orcone aveva mangiato così tanto da non riuscire quasi più ad alzarsi e dovette confessare una cosa che non aveva mai detto a nessuno: anche lui, da giovane, aveva sempre preferito le torte alla carne, ma aveva continuato la tradizione perché pensava fosse quello che un Granforchetta doveva fare. Da quel giorno nella famiglia cambiò tutto. La casa degli orchi smise lentamente di essere conosciuta come il posto più pericoloso del bosco e cominciò a essere famosa per il profumo che usciva dalla cucina. Orcolino aprì davvero una piccola locanda e la chiamò La Forchetta Storta. Gli animali venivano per la zuppa, i viaggiatori si fermavano per il pane caldo e persino alcuni abitanti del villaggio, dopo aver superato la paura iniziale, cominciarono a sedersi ai tavoli insieme agli orchi. Camilla diventò la prima assaggiatrice ufficiale dei dolci e ogni volta che Orcolino inventava una nuova ricetta era lei a provarla. La famiglia Granforchetta mantenne comunque alcune vecchie tradizioni: continuavano a mangiare con forchette gigantesche, continuavano a parlare troppo forte e Orcone ogni tanto faceva un ruggito solo per non perdere l’allenamento. Ma nessuno parlò più di mangiare bambini. L’unico momento in cui Orcolino diventava veramente feroce era quando qualcuno cercava di prendere una fetta di torta prima che si fosse raffreddata. Una volta un cavaliere lo fece e Orcolino ruggì così forte che quello lasciò cadere il piatto e corse fuori dalla locanda. Camilla scoppiò a ridere e disse che forse, dopotutto, un vero orco dentro di lui c’era davvero. Orcolino guardò la torta, guardò il cavaliere che correva lontano e rispose che forse sì, ma soltanto quando qualcuno toccava il dessert.